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Covid-19, tutte le bugie di Pechino vengono a galla

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L’amministrazione statunitense di Donald Trump da mesi, anche se in modo un po’ colorito e poco diplomatico, sostiene che, dalle informazioni raccolte sulle menzogne di Stato di Pechino stanno per venire a galla. Xi Jinping ha mentito sull’origine del virus, nascondendo il numero di contagiati e di vittime, e sottovalutando la potenzialità infettiva del Covid-19.

Xi Jinping, 57 anni, è Segretario generale del Partito Comunista Cinese dal 15 novembre 2012 e Presidente della Repubblica popolare cinese dal 14 marzo 2013. Si trova la centro delle polemica per non avere avvisato in tempo e con dati veri la potenza della pandemia del Covid-19

La solita propaganda del Partito Comunista Cinese anche durante le settimane di emergenza sanitaria, con migliaia di morti in Europa, continuava a diffondere falsità sul Covid-19 e la conseguente pandemia. L’Italia aveva appena stretto un importante patto commerciale con Pechino, la “Via della seta” e non poteva cercare lo scontro diplomatico con questo suo nuovo partner.

L’agenzia Bloomberg il 18 maggio ha informato che circa 108 milioni di persone nella provincia Nord-Est della Cina sono tornate in isolamento, dopo l’apparizione di un nuovo focolaio di coronavirus. Nelle scorse settimane diverse riaperture hanno interessato molte regioni cinesi, dove le autorità sanitarie, hanno dato il via libera. Ma nella provincia di Jilin hanno bloccato treni e autobus, chiuso le scuole e messo in quarantena decine di migliaia di persone. Le misure hanno sorpreso gli abitanti e i media indipendenti che ritenevano che il peggio fosse passato, ritrovandosi, invece, nuovamente nella gabbia di regime.

Anche a Shenyang, nella vicina provincia di Liaoning, sono state imposte nuove restrizioni. “Le persone sono tornate ad esser più caute”, dice un impiegato di una società commerciale di Shenyang. “I bambini che giocano fuori indossano di nuovo le mascherine” e gli operatori sanitari indossano indumenti protettivi. “È frustrante perché non si sa quando finirà”. Il focolaio a Jinlin è di 34 infezioni e ci risulta che non stia crescendo altrettanto rapidamente come accaduto a Wuhan. Il problema per i giornalisti che vogliono approfondire cosa accade in Cina è legato alla conoscenza di tali fenomeni: semplicemente non sappiamo cosa accade e ciò che riusciamo a raccogliere sono solo alcune briciole che sfuggono alla macchina totalitaria della propaganda di Pechino.

Xi Jinping afferma che da quando la pandemia di coronavirus è scoppiata a fine 2019, ci sono stati solo 82.919 casi confermati e 4.633 morti nella Cina continentale. Tali numeri potrebbero essere approssimativi e in tal caso un resoconto dettagliato sarebbe uno strumento importante per conoscere la diffusione del virus. Ma è anche possibile che i numeri presentati al mondo siano notevolmente minimizzati rispetto ai dati in possesso di Pechino.

La mancanza di trasparenza dell’informazione in Cina genera sfiducia e sospetti nella comunità internazionale: avere informazioni certe e in tempo, avrebbe potuto permettere all’Europa di agire meglio, con consapevolezza e scelte giuste per isolare l’epidemia. Un database di contagi e decessi per il Covid-19 della National University of Defense Technology offre informazioni sul modo in cui Pechino ha raccolto i dati dei contagiati e della diffusione del virus tra la popolazione.

Foreign Policy ha affermato che i dati provenivano dall’università che aveva avviato un sistema di tracciabilità di dati per il coronavirus: la versione on-line corrisponde alle informazioni trapelate, ma è molto meno dettagliata. Il database mostra solo la mappa dei casi, non i dati distinti. Il database, sebbene contenga incoerenze, e benché non sia sufficientemente completo per contraddire i numeri ufficiali di Pechino, rappresenta l’insieme di dati più esteso sui casi di coronavirus in Cina. Al momento, questo database, rappresenta una preziosa fonte di informazioni per epidemiologi ed esperti di sanità pubblica in tutto il mondo, ed è un set di dati che quasi certamente Pechino non ha condiviso con gli Usa.

Benché incompleti dunque, i dati sono incredibilmente preziosi: ci sono più di 640mila aggiornamenti che coprono almeno 230 città e, in altre parole, 640mila righe che mostrano il numero di casi in una posizione specifica al momento della raccolta dei dati. Ogni aggiornamento include latitudine, longitudine e numero “confermato” di casi nel luogo esatto, in date che vanno da inizio febbraio a fine aprile. La risposta della comunità internazionale, anche se con notevole ritardo, c’è stata. La richiesta ufficiale è quella di un’inchiesta indipendente che faccia chiarezza una volta per tutte sulla pandemia di coronavirus. E in particolare, in maniera assai più che velata, sulle possibili e pesanti responsabilità della Cina.

È questo ciò che chiedono 100 Paesi all’Organizzazione Mondiale della Sanità, tra i banchi dell’Assemblea dell’Onu, suo organo legislativo. Non più uno slogan propagandistico, ma una risoluzione formale che è stata presentata all’Assemblea e che, a prescindere dall’esito delle indagini, pone Pechino in una posizione di forte imbarazzo nei confronti della comunità internazionale. Responsabilità che non dovremmo dimenticare, quando facciamo accordi commerciali con Pechino.